P. Mark Ravizza, nuovo Consigliere Generale 

 Il Padre Mark Ravizza, originario della Provincia USA-West, è tra i nuovi arrivati, questo autunno, alla Curia generale. Lo abbiamo invitato a parlare della sua esperienza, delle sue responsabilità e delle sue speranze.

1. Padre Ravizza, il Padre Generale l’ha scelta come uno dei suoi Consiglieri Generali. Cosa l’ha portata alla Curia generale? Quali sono le sue responsabilità?

Ciò che mi porta in Curia è la missione. Prima di tutto nel senso che è qui che la Compagnia mi ha mandato. Guardando indietro, presumo che due dei fattori principali possano essere stati, per prima cosa, il lavoro che ho fatto per il rinnovamento della formazione nella Conferenza del Canada e degli Stati Uniti e, secondariamente, il mio coinvolgimento durante la 36ª Congregazione Generale. Quali che siano le ragioni, sono rimasto molto sorpreso dall’assegnazione di questo incarico. Tuttavia, la grazia di essere chiamati e inviati è fondamentale per il nostro essere gesuiti.

Il secondo senso per cui la missione mi porta alla Curia è che sono qui per sostenere il nostro progetto comune per l’intera Compagnia di Gesù. Come Consigliere Generale, la mia principale area di responsabilità sarà la formazione, ma in realtà il cuore del mio lavoro è servire il P. Generale e aiutarlo, in ogni modo possibile, a realizzare sia la sua visione che la missione che è emersa con rinnovato vigore dalla CG 36. Nel poco tempo che sono stato in Curia, sono stato confortato dal vedere lo spirito di preghiera, discernimento e collegialità che il P. Generale vuole infondere al suo Consiglio.

2. Ci parla brevemente del progetto che ha portato avanti negli ultimi anni. Come potrebbe aiutarla nel suo nuovo incarico o missione?

Prima di venire a Roma, ho avuto l’opportunità di aiutare la Conferenza del Canada e degli Stati Uniti a ideare nuovi modi per rinnovare e rivedere la formazione dei gesuiti, specialmente nei “Primi Studi”. Il progetto è iniziato come risposta alla lettera del P. Nicolás sulla formazione intellettuale di Scolastici e Fratelli. Ha peraltro tratto ulteriore ispirazione dai Provinciali del Canada e degli Stati Uniti che, autonomamente, avevano sentito il bisogno di individuare nuovi modi per aggiornare alcune parti della nostra formazione.

Posso forse dare una maggiore idea del progetto condividendo alcune delle sue principali aspirazioni. L’obiettivo è quello di integrare più meticolosamente gli studi con l’esperienza vissuta e l’attività apostolica, di vivere più vicino ai poveri e di sviluppare programmi interdisciplinari che diano ai gesuiti in formazione le competenze di cui hanno bisogno per guidare più efficacemente le istituzioni e servire meglio la missione contemporanea della Compagnia, come illustrato nei nostri recenti documenti. C’è, naturalmente, un impegno costante per preservare il rigore filosofico e teologico dei nostri studi, ma anche la speranza di integrare questi corsi in modo più olistico nella dimensione spirituale, apostolica e comunitaria della formazione gesuita.

Riguardo a come questa esperienza potrebbe essermi d’aiuto nel mio nuovo incarico, è probabilmente troppo presto per dirlo. So che il processo che abbiamo seguito mi ha insegnato molto di più delle specifiche conclusioni programmatiche a cui siamo giunti. Questo processo è iniziato innanzitutto studiando molto seriamente la visione della formazione a cui il P. Generale e la tradizione della Compagnia ci stavano chiamando. Poi abbiamo portato quella visione in una conversazione con i talenti, l’esperienza e la creatività dei nostri formatori, dei gesuiti in formazione, e delle persone che servono e con cui collaborano. Infine, e soprattutto, abbiamo continuato a riportare tutti questi contributi in un processo di preghiera, conversazione spirituale e discernimento comunitario per poter ascoltare veramente la chiamata del Signore a rispondere e migliorare.

3. Cosa risponderebbe a coloro che dicono che ciò che è adeguato (per i gesuiti in formazione) negli Stati Uniti potrebbe non essere adatto in tutto il mondo?

In realtà, sarei d’accordo con loro. La nostra formazione ha sempre bisogno di adattarsi al contesto locale; non può essere una proposta unica per tutti. Avendo vissuto in comunità di formazione negli Stati Uniti, a El Salvador e nelle Filippine, ho potuto apprezzare in particolare quanto profondamente la cultura influenzi la nostra formazione. E questo è buono e appropriato. Naturalmente, ci sono molti elementi comuni e universali nella nostra formazione, che sono ben espressi sia nella ricca tradizione di documenti che abbiamo fin dalle Costituzioni, sia nel modo di procedere della Compagnia che è parte del nostro “DNA gesuita”. Un segno di questa formazione comune è la consolazione che immagino la maggior parte dei gesuiti abbia sperimentato: poter entrare in una comunità gesuita in qualsiasi parte del mondo, e sentire un immediato senso di fratellanza condivisa e di missione comune.

Allo stesso tempo, la Compagnia ha anche una ricca storia di inculturazione e di adattamento. Per la visione ignaziana, Dio è sempre all’opera in maniera concreta e locale, e il nostro compito non è quello di imporre idee prestabilite su cosa sia la grazia o su cosa dovrebbe fare. Siamo piuttosto chiamati ad accompagnare le persone e ad imparare come collaborare meglio con ciò che lo Spirito fa in una data situazione. In un certo senso questo stesso tipo di discernimento deve avvenire quando adattiamo gli elementi universali della nostra formazione a diversi contesti culturali. Di conseguenza, sarei molto titubante nel presupporre che gli elementi programmatici che sono stati sviluppati per i centri di studio negli Stati Uniti e in Canada potrebbero, o dovrebbero, essere trasferiti acriticamente ad altre Conferenze. Nel migliore dei casi, penso che potremmo essere in grado di adattare alcuni dei processi di ascolto e di discernimento che sono stati utilizzati per determinare ciò che è più appropriato in un particolare contesto.

4. Concretamente, quali sono i suoi progetti per i prossimi mesi?

Uno dei miei primi compiti è quello di acquisire una certa padronanza dell’italiano, poiché questa è la lingua della Curia. Un secondo obiettivo è quello di apprendere il più rapidamente possibile come si svolge il lavoro quotidiano della Curia. Quasi ogni aspetto del lavoro, dalle consultazioni con il P. Generale alla gestione dell’enorme flusso di documenti che passa per la Curia, mi è nuovo, per cui si tratterà di una curva di apprendimento decisamente ripida.

Infine, ma forse la cosa più importante, è che non vedo l’ora di imparare il più possibile sulle realtà della formazione in tutto il mondo, specialmente in quelle parti del mondo che devo ancora visitare. Questo è particolarmente importante perché le nostre vocazioni stanno crescendo più rapidamente nel sud del mondo, e alcune di queste regioni sono luoghi che conosco meno. La mia speranza è di trovare il maggior numero possibile di modi per visitare, ascoltare e imparare dai nostri formatori, dai gesuiti in formazione e dalle persone con cui lavorano. Sono davvero impaziente di conoscere tutti i nostri programmi di formazione e di discernere come posso aiutare a promuovere la migliore formazione possibile per la nostra nuova generazione di gesuiti.

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